Gestire l’intestino irritabile

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La sindrome dell’Intestino Irritabile (in inglese, IBS) rappresenta un disturbo molto frequente, che ha un elevato impatto sulla qualità di vita dei pazienti e sicuramente comporta rilevanti spese per la società. A livello mondiale si stima infatti che ne soffra circa il 10% della popolazione, con una preponderanza per la sintomatologia dolorosa addominale associata a Diarrea o alternata a stati di stipsi/diarrea.

Un dato socio-sanitario interessante è che coloro che soffrono di intestino irritabile manifestano un maggior “consumo” di risorse mediche poichè vanno più spesso dal medico, più frequentemente vengono sottoposti ad accertamenti diagnostici, sono più spesso ospedalizzati e hanno una produttività lavorativa inferiore rispetto a soggetti senza IBS. Tutti indicatori che mostrano quanto incida tale disturbo sulla qualità di vita.

La diagnosi di IBS è essenzialmente una diagnosi clinica, che si può raggiungere utilizzando criteri standardizzati a livello mondiale, come i cosiddetti “criteri di Roma”; è importante sottolineare che i sintomi, che devono essere presenti da un periodo non inferiore a 3 mesi, sono spesso molteplici, associandosi, a quelli più propriamente addominali, anche sintomi come ad esempio cefalea, insonnia, astenia, dolore lombare etc.

Gli accertamenti diagnostici (pochi e mirati in base al sintomo dominante) sono in genere un “optional”, tranne nei casi in cui sono contemporaneamente presenti sintomi d’allarme (calo ponderale, anemia) o una storia familiare di cancro colo-rettale. In ogni caso, dopo i 45-50 anni, è bene effettuare un check-up diagnostico appropriato per escludere una patologia organica.

La persona che soffre di intestino irritabile richiede spesso consigli dietetici ed è bene verificare comunque che la alimentazione sia equilibrata, con un adeguato introito di fibre vegetali (le famose 5 porzioni al giorno di frutta e verdura) e di acqua (non meno di 1,5 litri al giorno). In circa il 60% dei casi, i sintomi sono scatenati dal pasto, e questo viene erroneamente considerato un possibile segno di allergie o intolleranze alimentari; in realtà, la letteratura non riconosce un ruolo incisivo ad intolleranze/allergie e le diete di eliminazione non sembrano migliorare significativamente la sintomatologia.

Il primo passo dopo la “revisione” della Dieta sta nell’individuare il sintomo più rilevante e disturbante e nell’indirizzare gli sforzi a migliorare tale sintomo. Se la persona riferisce una dominanza di stipsi, è appropriato suggerire un’integrazione con fibre vegetali; è ormai tramontato il suggerimento di utilizzare la crusca, o in certa misura anche lo psillio, poichè tali fibre di tipo insolubile aumentano la fermentazione intestinale e dunque il meteorismo e la distensione addominale. Per questa ragione, oggi si preferiscono le fibre solubili, come ad esempio il guar idrolizzato (PHGG), che appare molto ben tollerato. Quando il sintomo predominante è il dolore addominale, tradizionalmente vengono consigliati gli antispastici mentre nella persona con diarrea predominante, gli antidiarroici tradizionali possono avere buoni effetti sull’alterazione dell’alvo ma scarsa o nulla azione sul dolore o sul meteorismo, il quale costituisce un fastidio tanto frequente quanto di difficile risoluzione.

Per quanto riguarda l’utilizzo e l’efficacia dei probiotici (ricordiamo che con il termine probiotico si indicano quei microrganismi che si dimostrano in grado, una volta ingeriti in adeguate quantità, di esercitare funzioni benefiche per l’organismo), i bifidobatteri o alcune combinazioni di probiotici sembrano essere utili ad alleviare i sintomi.

Dott. Fabio Pace, Gastroenterologo